Archive for ottobre 2008


Per Angelo Falcone

ottobre 21st, 2008 — 11:42pm

Egregio signore,

“È ciò che ci chiedono i Cittadini”, è una frase che spesso, troppo spesso, abbiamo ascoltato in TV, pronunciata da tutti, dico tutti, i rappresentanti dei suddetti Cittadini che siedono in parlamento.
Chi le scrive è uno di quei Cittadini di questo Paese, di quei cittadini che ancora credono, in maniera piuttosto forte, alle Istituzioni. Finora non mi è mai capitato di sentirmi fare, da qualcuno dei parlamentari di questa Repubblica, la domanda: “Cosa chiedi, carissimo Cittadino, a noi tuoi rappresentanti?”.
Non voglio inoltrarmi in polemiche e critiche immotivate. non ci penso e non ne sarei capace. Vorrei, soltanto, rendere noto a Lei quale sia il mio concetto di Stato; concetto che posso semplificare come segue: lo Stato è un Padre che deve (ma soprattutto, Vuole) occuparsi dei propri figli senza riserve e senza tentennamenti; Un Padre è colui che si precipita a rotta di collo dal proprio Figlio ogni qual volta ve ne sia la necessità; ogni volta che si presenti una difficoltà che implichi un aiuto, un consiglio, un intervento di qualsivoglia natura.
Un Padre amorevole ma, all’occorrenza, inflessibile. Inflessibile quando sia palese un cattivo comportamento di un suo figlio. Un Padre pronto a comprendere, ma pronto anche a punire, se lo merita, un figlio che si sia comportato in modo non adeguato alle regole familiari.
Questa lettera nasce dopo mesi di riflessione su di una vicenda particolare di cui poco si parla: l’arresto e la detenzione in India di un nostro concittadino. Il suo nome è Angelo Falcone, ed è stato arrestato, con il suo amico Simone Nobili, dalla polizia Indiana con l’accusa di detenzione di 18 kg di droga. Seguendo il blog del padre di Angelo, Giovanni Falcone, ho scoperto che di nostri cittadini detenuti all’estero ve ne sono più di 3.000! Non ho potuto verificare di persona, pertanto mi debbo fidare delle cifre fornite dal sig. Falcone. ma non ho motivi per dubitare di quanto affermato sul suo blog. Allora, la mia domanda è la seguente: questi nostri concittadini detenuti all’estero sono figli di questo Padre-Stato? Se sì, come mai le istituzioni di questo paese non si comportano come si comporterebbe un Padre nel caso di un proprio figlio? Ad Agosto, per Angelo Falcone e l’amico Simone, c’è stato il verdetto di Condanna a 10 anni. La possibilità di ricorso in appello ha come termine perentorio il 23 ottobre. il tempo stringe! Mi aspetterei, da un Padre, una corsa in India per vedere di persona come stanno le cose. Giovanni Falcone non riesce a parlare con suo figlio neppure telefonicamente. E, da quanto mi capita di leggere sul suo blog, l’interessamento delle Istituzioni di questo Paese sulla faccenda è, per così dire, insufficiente. Come se il Padre-Stato abbia già emesso giudizio di condanna sul proprio figlio, ed abbia deciso di punirlo per la mancanza commessa. Mi sarei aspettato, nel caso particolare di Angelo e, più in generale, nel caso dei nostri oltre 3.000 connazionali detenuti in penitenziari esteri, un atteggiamento differente. In fondo, bisognerebbe domandarsi se in tali paesi esistano quelle garanzie che sono caratteristiche di un qualunque Stato di Diritto degno di questo nome. Siamo sicuri che l’India garantisca gli imputati secondo tali canoni? E tutti gli altri paesi in cui sono detenuti nostri concittadini? Ecco: un Padre dovrebbe correre in soccorso di un proprio figlio per cercare di garantirgli tutto il necessario per affrontare le vicissitudini in cui è incappato. Se, con tutte le garanzie del caso, si dovesse dimostrare un “ERRORE PALESE” commesso dal Figlio, allora il Padre avrebbe tutti i motivi per punire tale errore. Voglio sottolineare il fatto che, più volte, Giovanni Falcone ha dichiarato che, se sulla base di un processo serio ed equo, suo figlio Angelo dovesse essere riconosciuto colpevole, sarebbe il PRIMO a pronunciarsi per la detenzione. Per un processo serio ed equo, segnato, cioè, da tutte le garanzie che vengono concesse nel nostro paese a chiunque incappi nei meccanismi della legge, le Istituzioni italiane si sono mosse? Nel caso di Angelo e dei più di 3.000 già citati, è stato fatto tutto ciò che andava fatto?

Concludo dicendo che, da Cittadino di questa Repubblica, chiedo alle Istituzioni tutte, di occuparsi dei propri Figli detenuti all’estero. In virtù del fatto che il mio sentire lo Stato è forte, e altrettanto forte deve essere la risposta dello Stato ai propri cittadini. Se ciò non dovesse essere possibile mi troverò nella bruttissima condizione di figlio di un Padre non disposto ad occuparsi di me. fatto che, per il mio modo di sentire lo Stato e le Istituzioni, non mi lascia tranquillo affatto.

Distinti saluti

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Un server in ogni casa

ottobre 2nd, 2008 — 4:47pm

Il titolo? Mi è venuto così, leggendo questo post.

Non sono propenso a dar sempre retta ai santoni dell’informatica, a dire il vero. Stallman, però, mi ispira sempre (basta vedere dopo quanto torno a scrivere, solo per il fatto di aver letto una sua intervista).

La questione sollevata è quella del cosidetto cloud computing, ossia quella serie di tecnologie che ci portano a usare una applicazione web installata su di un server posto in un luogo che non sia il nostro ufficio e/o casa nostra. Stallman osserva, giustamente, che il prezzo da pagare per l’uso di tali applicazioni è doppio, in certi casi: spendiamo soldi e immagazziniamo nostri dati sensibili in server altrui, pur con una serie di precauzioni atte alla salvaguardia dei dati stessi, sia da parte nostra che della server farm che scegliamo.

La visione futuribile del post prevede l’installazione di un server in ogni casa e/o ufficio, ognuno configurato secondo le proprie esigenze. D’altronde, sono già molte le aziende – piccole, medie e grandi – che decidono di installare server nei proprio locali. I privati, per ovvie ragioni di spazio, costi, consumi ed esigenze, non si pongono il problema, almeno per ora. Soprattutto perchè molti di noi utenti non usano internet a livello professionale e, tolti i vari account di posta, social network et similia a cui si è registrati, i nostri dati sono belli che immersi, annegati direi, nella rete.

Questo lo dico anche da figlio di infermiera, che il computer non vuol sentirlo neanche nominare, presa da attacchi di panico ripetuti quando la A.S.L. da cui dipende le ha comunicato che da un giorno all’altro avrebbe potuto reperire la propria busta paga solo collegandosi alla intranet dell’azienda sanitaria locale e che la stessa A.S.L. le avrebbe fornito un acconunt personale per accedere al suo cedolino. Dialogo tra figlio web addicted e madre clava-oriented:

Madre – Tutti vedranno quanto prendo
Luachan – Ma che dici? Avrai il tuo account personale, con tanto di password…
Madre – Ah, è così che funziona?
Luachan – Certo, tralasciando quel gruppo di 5-10 persone che lavorano presso il reparto informatico della A.S.L. di Matera e i realizzatori del software…
Madre – Ah…
Luachan – Eh..
Madre – Era meglio in banca!

Penso che in un futuro nemmeno tanto remoto, quando la maggior parte degli utenti sarà matura e cosciente di quello che avviene nella rete, il mercato dell’informatica terrà presente l’esigenza di tutelare i dati sensibili anche da parte dell’utente comune.

Futuribile, appunto.

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