Addormentarsi sul “Treno di notte per Lisbona”
Premessa: ho acquistato questo libro per rivivere le emozioni e le dolci malinconie lusitane, ferito dalla nostalgia del fiume Tago e di Baixa Chiado e in un periodo di profonda crisi letteraria, in cui l’unico sollievo era ammazzarmi di ispirazione leggendo le pagine di Lucarelli e guardando gli episodi dell’ispettore Coliandro su Rai Due.
Sarà che mal digerisco l’alta letteratura (cosa vi aspettavate da uno che ama Giorgio Scerbanenco e Loriano Macchiavelli, i padri del noir italiano, e pensa che Bukowski ed Ellroy valgano da soli tutta la letteratura americana?), ma ho abbandonato la lettura di “Treno di notte per Lisbona” dello scrittore Pascal Mercier perché a un certo punto le pagine dell’opera ti mettono di fronte due scelte: la prima (comoda, lo ammetto) è quella di stipare il libro e pensare che ti sei privato di alcuni euro che potevano essere spesi meglio. L’altra, più impegnativa, dà la possibilità di gettarsi in un sogno di cui Lisbona è il contesto ideale: amori imperfetti, romanticismi, dubbi esistenziali, rinascite e ricordi si mescolano in un turbine di avvenimenti descritti minuziosamente. Proprio questa ricerca sfiancante della descrizione fin nei minimi particolari mi ha reso pesante (e pedante) il libro ed è per questo che ad un certo punto gli ho detto:<<Bello mio, mi hai rotto i maroni…>>.
La storia è fin troppo romanzata, a parere mio, ma sul linguaggio e la poesia in essa contenuta nulla da dire. Non stronco il libro – anche perché ne ho letto meno della metà – nè vi invito a non acquistarlo: semplicemente lo consiglio a chi vuole imparare la sublime arte della descrizione nella scrittura. Senza esagerare, però.
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