Archive for settembre 2009


Ultimo Round alla prese con il chinotto

settembre 25th, 2009 — 1:37pm

E’ la seconda volta che partecipo all’originale concorso letterario mensile Ultimo Round, ideato dalla casa editrice Round Robin e per la seconda volta un mio racconto viene segnalato, tra quelli finalisti, nel post di presentazione del racconto vincitore.

Questa volta, però, ho deciso di ambientare il mio racconto nella vicina Puglia per meglio abbinare la parola scelta dai ragazzi della Round Robin - chinotto – con il significato più gretto della parola stessa.

Ecco a voi  “L’orgoglio sulla gru” e buona lettura:

L’altezza della gru non mi spaventa. Il vento gelido dell’inverno murgiano, nemmeno. Tanto tra un po’ sarà tutto finito. E dopo? “Chi si è visto, si è visto”, dicono dalle mie parti. Nulla mi appartiene più e dall’alto lo comprendo ancora meglio.
Il terreno venduto all’impresa di costruzioni di Francesco Sannicandro.
Le impalcature cedute per una miseria a quello strozzino di Angelo Laguna.
La gru è l’unica cosa che mi è rimasta, maledetti debiti. Meno male che mio padre non può vedermi, pace all’anima sua. Se qualcosa esistesse, dopo la morte, sono certo che inizierebbe a rompermi le palle già dal minuto successivo al mio bye bye al mondo dei vivi.
Due milioni di euro bevuti nel giro di due anni e manco gli usurai vogliono farmi un prestito.
Silvana mi ha lasciato con il culo a terra e si è pure portata via i bambini, quella stronza.
Non ho manco più un tetto sotto cui ripararmi. Puttane e night club hanno attinto a piene mani dal mio portafogli e ora eccomi qua, con il mio sederone su di un lastrico che non è manco più solo ideale.
E’ l’unica cosa da fare, non c’è alternativa. La gru è rimasta la mia sola amica.
Fidata.
Gelida ma fidata.
Il terreno è ricoperto da una coltre nevosa che vorrebbe attutire la mia caduta verso l’inferno. Nascondere i problemi sotto il manto bianco, altrimenti. Come si fa con la polvere. Invece no, non c’è scampo al fallimento.
Trenta metri mi separano dal terreno ghiacciato a cui il mio orgoglio sta per giurare eterna fedeltà. Altro che il matrimonio. Niente fedi: risparmio pure. Mi servono soldi, quindi bando alle riflessioni se sia giusto o meno. Massimo tre giorni e le persone del night manco si ricorderanno di me. E’ il modo più veloce per ottenere un bel po’ di quattrini, alla fine, senza dover passare da una banca indossando un passamontagna.

Strilla il cellulare.
“Pronto…sì, dottore, sono io…sì, dottore…il prezzo è quello che le ha detto Giovanni…sì, avrei bisogno di un passaggio fino a Gravina…ma certo che mi depilo, dottore…servizio completo? Non proprio, dottore…un chinotto? Fatt’l fa da sor’t, r’cchion d’ merd!”. *

A tutto c’è un limite. Anche al mio bisogno di contanti.

* Traduzione:”…un pompino? Fattelo fare da tua sorella, ricchione di merda!”


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Playback is bad

settembre 21st, 2009 — 5:13pm

L’attuale cultura pop, ben lontana da quella colorata e creativa degli anni ’80, ha portato palinsesti televisivi e radiofonici a un collasso generale di proposte musicali indecenti, che durano dalla sera alla mattina.

Soprattutto, c’è il brutto vizio di far esibire i musicisti la maggior parte delle volte in playback. Ora, in Italia c’è un’ondata spaventosa e dissacrante (per la musica stessa) di musica commerciale nel senso più infimo del termine. Quel tipo di musica che diletta le orecchie di una vasta parte della popolazione per poi essere abbandonata in favore della hit pop del momento.

A questo stato delle cose, alcuni musicisti si ribellano sfornando dischi con etichette underground e indipendenti. Altri, facenti parte del cosidetto mainstream ma non essendo – nei fatti – artisti pop, lo fanno a modo loro. Esempio eclatante è quello che è successo ieri, 20.09.2009, durante la trasmissione “Quelli che il Calcio…”, condotta da Simona Ventura. I Muse, band inglese dedita a un rock alternativo condito anche da melodie mai mielose, erano ospiti della trasmissione e guardate cosa è successo quando sono saliti sul palco per esibirsi in playback:


Per chi non avesse seguito la vicenda, i Muse si sono scambiati gli strumenti, con la Ventura che – ovviamente – non conoscendo l’esatta line up della band inglese, ha fatto la sua mera figura di letame.

Non è l’unico caso di rock band che mostrano il loro disprezzo per le esibizioni in playback. Negli anni passati qualcuno più famoso dei Muse ha fatto più o meno la stessa cosa:



I primi sono gli Iron Maiden che, durante una trasmissione televisiva tedesca, decidono di deridere il playback scambiandosi gli strumenti. Correva l’anno 1986.

Nel secondo video vediamo i Nirvana, con Kurt Cobain che propone una versionetra il gothic e il dark della voce in “Smell Like Teen Spirit”.

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mIRC, quando Facebook non era nemmeno un’idea

settembre 20th, 2009 — 7:39pm

Il bello del web, per chi non è avvezzo alle materie storiche, è che non bisogna farne risalire l’origine all’età della pietra nè ci sono date ante deum che indicano le tappe fondamentali che hanno segnato – nel bene e nel male – la breve cronologia storica di internet.

Io ho fatto la conoscenza di internet grazie a un amico smanettone che mi fece conoscere un programma molto usato in quel periodo (si parla del 1998), quando ADSL e banda larga erano cose di cui discutevano in pochi. Uno dei ricordi più belli, che conservo con piacere e un po’ di nostalgia, è quello che mi vede balzare indietro di undici anni, nella mia vecchia casa dell’estrema periferia nord di Matera, con lo stereo appena acceso che suona le graffianti melodie degli Alice In Chains (Youtube, LastFm e compagnia bella erano mere illusioni di un futuro che vedevamo ancora troppo lontano eppure si sarebbe rivelato molto vicino) e la speranza che il modem 56k non faccia i capricci e mi connetta al mondo, grazie soprattutto al programma di cui parlavo prima: il mIRC.

Schermata connessione MIRC Per chi non lo sapesse, prima di Messenger e ancora prima di Facebook e social network vari, uno dei pochi modi di conoscere gente e comunicare con il mondo intero era il protocollo di rete IRC. Per dirla in soldoni, la prima chat esistente sul web. Ma come connettersi a questo fantastico mondo, fatto di schermate nere e nick fantasiosi (è solo con l’avvento di Facebook, infatti, che le persone hanno iniziato a usare i propri nomi anziché pseudonimi per farsi conoscere nella rete)? Semplice: bastava scaricare un programma (più esattamente, un client) per IRC. Il più famoso e più semplice da usare era, verso la fine degli anni ’90, il mIRC. Evito di raccontarvi la storia di quella che viene considerata una delle dieci applicazioni più scaricate, da quando internet esiste, visto che ci sono migliaia di pagine dedicate a questo client.

Anche io, che non ero affatto uno smanettone, iniziai ad amare internet e i nuovi media proprio grazie al mIRC ed è tramite il canale #matera (la chat in cui si connettevano quasi tutti i materani che in quel periodo possedevano un pc e avevano a disposizione una connessione a internet) che ho conosciuto i miei migliori e attuali amici.

Una volta imparato i vari termini informatici inerenti la rete IRC, osservata quotidianamente come fosse un testo di legge la Netiquette della chat, anche io mi sono evoluto e da mIRC sono passato al Venom Script, un potente client per IRC con una miriade di funzioni. Con il Venom, ma anche con altri script (ricordo il Diavoletto Script) era possibile fare tante cose simpatiche, tipo far cadere (disconnettere) gli amici e i nemici che popolavano la chat semplicemente inviando una serie continua di ping al loro computer (non provateci adesso: era uno dei difetti del modem 56k, oltre la lentezza…). Oppure, inviare stupendi disegni in codice ASCII, con il forte rischio di essere kickati (cacciati ma subito riammessi) o bannati (in questo caso, occorreva entrare nelle grazie di qualche operatore per essere riammessi) dal canale.

Ci si conosceva, ci si scambiava il numero di telefono con persone che non avevi ancora conosciuto personalmente nè avevi visto in foto. Era il bello e il brutto di quel mondo fatto di parole e suoni che oggi possono risultare superati. Ma quanto darei per risentire il ronzio del modem che tenta – affannosamente – di connettersi a internet…

Ah, all’epoca mica mi chiamavo Carlo: per tutti ero pepper^. Anche in giro ci si salutava – un po’ cocciutamente – con il nick e con il vero nome. Ancora oggi, giuro, ho nella mia rubrica telefonica i numeri di amici registrati con il nick storico dei tempi del mIRC.

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Anche TRM adotta WordPress

settembre 14th, 2009 — 3:25pm

trmscreenLa piacevole sorpresa, per chi come me ama WordPress, l’ho avuta collegandomi al sito di TRM per vedere il servizio sulla partita di ieri del Matera: anche la storica emittente televisiva materana scopre le potenzialità del content management (ormai io lo considero tale) più amato e usato al mondo.

Il nuovo sito si presenta con un layout dalla grafica leggera, fresca e con un’impostazione simile ai siti dei quotidiani cartacei.
La navigazione risulta semplificata rispetto alla precedente versione del sito (sviluppata con Joomla) e l’adozione dei box delle parole chiave (tags) e degli articoli in primo piano rende il tutto un piacevole ibrido tra blog e portale di informazione.

Non ci credete? Collegatevi per verificare – e cliccare – di persona.

Mi permetto di suggerire il box delle categorie, nella sidebar, e magari anche un archivio storico di articoli e servizi.

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L’interessante “Storia di una E”

settembre 13th, 2009 — 3:28pm

Tempo fa, sul mio quotidiano locale preferito, è stato pubblicato il racconto di un giovane scrittore potentino, Bruno Marano, intitolato “Storia di una E”, divertente e al tempo stesso ironico ritratto di noi genti lucane. Il tutto, attraverso l’analisi dei vari dialetti della Basilicata da parte della nonna della giovane E.

La lettura scorrevole e lo sguardo appassionato di un lucano che prova ad analizzare le diversità culturali e caratteriali di una intera regione rendono il racconto un interessante esperimento di educazione alla promozione delle varie peculiarità presenti in una regione come la nostra, fatta di contrasti politici, economici , geografici e cromatici.

Ecco le prime battute del racconto:

Questa è la strana storia di una vocale lucana.

Un bel giorno d’estate, su una delle tante spiaggette nascoste tra le rocce della costa di Maratea, se ne stavano stese a rosolarsi una E e una O. Fra
di loro non c’era confidenza ma le E e le O di Maratea, è cosa nota, sono vocali molto aperte, e così iniziarono a scambiare due chiacchiere. Una parola tira l’altra, presero a discutere di un argomento piuttosto scottante, che in quei giorni andava per la maggiore: la O aveva letto sul giornale che qualcuno aveva intenzione di dividere la Basilicata per dare Potenza alla Campania e Matera alla Puglia

Link al racconto “Storia di una E” (file .pdf)

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