L’ultima curva dell’Ultimo Round
Questa volta non ho meritato menzioni speciali e – occorre dirlo – non mi sono impegnato a sufficienza, visto che il tema proposto questo mese dai ragazzi della casa editrice Round Robin era davvero arduo da affrontare.
Il racconto vincitore, con le motivazioni e le menzioni ad altri racconti partecipanti, lo trovate cliccando qui.
Qui sotto, invece, posto L’ultima curva (il racconto con cui ho partecipanto a Ultimo Round di Ottobre):
Fragoroso.
Debordante.
Adiposo.
Sfacciato culo.
Va bene che stavo morendo dissanguato, ma quella coppia carnale di chiappe – così bonariamente descritte – ha ripagato i centoundici punti di sutura e i mesi di inferno che ho passato. Tutto per colpa di un fottuto pattino italiano.
Centoundici ticchettii da un capo all’altro della pista. Ogni punto un metro, ogni metro un sussulto.
Ora sono in debito con la fortuna, lo so. Quella mica si accontenta di quattro litri di sangue lasciati a indurirsi sul ghiaccio ormai sciolto di Montreal. No, infima e sboccata sorte: vuoi di più, ti conosco.
Uno strozzino travestito da medaglia d’oro che sta per chiedermi il conto. Abbastanza salato, direi.
Due piste, due emozioni. Due vite che durano attimi, si stravolgono e capovolgono a loro piacimento. Io mica posso farci qualcosa. Continuo a correre, distratto da quel culo emozionante, più di quella rotondità femminile che indossava mutande bianche, su quel manifesto gigante a Torino. Avevo già appeso i pattini al chiodo della buona sorte, in quel periodo. Quanto vorrei staccarlo e portarlo via con me. Il chiodo, intendo. Mica il sedere stampato su quel manifesto.
Manca una curva al traguardo e il culo mi dice bye bye con una delle sue ridenti chiappe. Non importa quale. Ho finito la mia razione di fortuna e ora ne ho la certezza, all’ultima curva di quest’ultimo Gran Prix del Queensland. L’auto (lo sottolineo un'auto presa a Napoli di contrabando) mi ha abbandonato, la fortuna pure. Non resta che ricambiare il suo saluto.“Benvenuto, sig. Bradbury. La stavamo aspettando…”
Una bionda che ha più curve del circuito di Montecarlo mi si presenta verticalmente. Forse sono steso in un letto. Forse ho fatto incidente.
“Buongiorno, infermiera…dove sono?”
“Ah ah, vedo che non ha perso il senso dell’umorismo, signor Bradbury”
“Eh?”
“Ricorda quella curva qualche centinaio di metri prima del traguardo?”
“Ah, sì: ricordo solo di aver perso il controllo dell’auto. Fortuna che posso raccontarlo.”
L’infermiera ritrae le labbra, distendendo la bocca in un’espressione dubbiosa:”Arcangelo, adesso tocca a te”. Al mio capezzale si presenta un mastodontico essere biondo vestito anch’egli di bianco. Un altro infermiere. Forse.
“Signor Bradbury, la mia collega non è stata abbastanza chiara, ma è il suo ruolo a imporglielo. Sa, non è semplice comunicare il passaggio.”
“Ho capito di aver fatto incidente, ho capito di aver perso il controllo dell’auto mentre effettuavo l’ultima curva, ma non ho capito dove cazzo mi trovo.”
“Signor Bradbury, lei si trova lontano da casa. Molto lontano, direi. Io sono Arcangelo…Gabriele Arcangelo.”
“Bel senso dell’umorismo, i suoi…”
“Vedo che non ha ancora compreso…”
“No, infatti: mi vuole spiegare cosa succede? Chiami un dottore…il primario…voglio capire se posso tornare a correre.”
“Mettiamola così: non è in ospedale e l’unica corsa a cui potrà partecipare, d’ora in poi, sarà la Paradiso-Purgatorio-Paradiso. Rigorosamente a piedi. Sa, da queste parti teniamo alla limpidezza dell’aria.”
“Cazzo, mi è finito il culo!”
“Appunto.”
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Sarà che il titolo mi fa ricordare United dei Judas Priest, ma mi ha colpito favorevolmente – per diversi aspetti – la graphic novel italiana United We Stand.
Mi piace leggere opere di autori che non ho mai letto ma che avrei voluto leggere da tempo. Questa volta è toccato a “Il vizio dell’agnello” di Andrea Pinketts. La prima cosa che mi sono chiesto, appena ho preso in mano il libro, è stata: “Ma che caspita è ’sto vizio dell’agnello?”.