Il vizio dell’agnello: ne siamo tutti affetti (forse)

Mi piace leggere opere di autori che non ho mai letto ma che avrei voluto leggere da tempo. Questa volta è toccato a “Il vizio dell’agnello” di Andrea Pinketts. La prima cosa che mi sono chiesto, appena ho preso in mano il libro, è stata: “Ma che caspita è ’sto vizio dell’agnello?”.
Lo scoprirete più avanti, tranquilli.

Conoscevo già questo autore, vuoi per la fama e vuoi perché nel 2004 partecipai a un concorso letterario con un racconto sulle streghe che fu selezionato poi per l’antologia “Triora terra di streghe”, di cui Pinketts scrisse la prefazione – peraltro una delle più belle prefazioni che abbia mai letto… -.
“Il vizio dell’agnello”, come altre opere di Pinketts, è ambientato in una Milano meno formale di quanto la si conosca e che pare lontana dalle sfilate di moda e dalla vita mondana che caratterizzano la città meneghina: l’autore vi fa piccoli accenni e fa sfiorare le vite dei suoi personaggi a quelle di modelle e nobili falsi o decaduti.
Lo stile non è mai tragico, ma trasuda disillusione anche attraverso le battute dai doppi sensi infiniti e le descrizioni grottesche delle vite e dei caratteri dei personaggi della storia.

Da un lato abbiamo i buoni, Lazzaro Sant’Andrea e compagnia bella, che cercano – attraverso mezzi leciti e illeciti – di smascherare un killer seriale di piccioni e barboni, in una Milano che diviene sempre più “una città di pazzi e di cani”; dall’altro lato abbiamo i cattivi, Branka e Marzio Palloni, vittime coscienti di quel subdolo vizio dell’agnello, da cui prende il nome questa storia.
Che dire? E’ il primo libro di Pinketts che leggo e mi sono innamorato del suo stile, della sua tragicomica visione del mondo, dei suoi personaggi fuori dalle orbite della normalità terrestre, delle frasi dai molteplici significati e delle metafore assurde con le quali descrive un microcosmo fatto di pazzi che poi tanto pazzi non sono (o forse lo sono completamente….)

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