Solo sangue…e non va via: intervista a Michele Sperduto

La violenza sessuale è un crimine odioso da cui scaturiscono sensi di colpa e impotenza nelle persone che ne restano vittime. Ma cosa succede se ad essere maltrattati sono i corpi e le coscienze di tre ragazze adolescenti che, anziché lasciarsi catturare dallo sconforto e dalla depressione, decidono di reagire con altrettanta violenza ai crimini dei loro carnefici? “Solo sangue (e non va via…)”, dell’empolese Michele Sperduto, è un turbine di musica e vendetta, sogni infranti e sigarette consumate come le vite di chi sa che la propria vita avrà un significato diverso è meno amaro nel momento in cui giustizia sarà fatta. Ma non sempre gli eroi sono i vincitori.

“Solo sangue (e non va via…)” è la rivincita di un gruppo di ragazze che hanno subìto la peggiore delle violazioni di anima e corpo.
Ho preso spunto da una escalation di violenza, sempre più becera e raccapricciante, che sembra avvolgere parte dei ragazzi di oggi, intrappolati in una spirale di deresponsabilizzazione, di arroganza e di supposta superiorità, che porta inevitabilmente verso questo tipo di degenerazione. Dalla violenza delle parole e dalla disconoscenza di ogni forma di rispetto della libertà altrui, per arrivare allo stupro, il passo è molto più breve di quanto si creda.

La voce narrante e i personaggi sembrano i portavoce di una guerra leggendaria che negli anni ’80 ha visto protagonisti migliaia di giovani: quella tra paninari e dark. Il tuo romanzo, oltre a denunciare la violenza sulle donne, potrebbe farsi portavoce del bisogno di abbattere l’attuale appiattimento culturale e ideologico?
La scelta dei personaggi non è casuale. Volevo riuscire a trattare anche il tema del pregiudizio, che ha – secondo me – la stessa matrice della violenza: l’ignoranza, la quale porta a giudicare gli altri solo in base a ciò che appare o ai luoghi comuni che circolano tra le masse. L’intento è arduo e non credo che bastino cento romanzi, ma è necessario abbattere quei muri che puntualmente la società tenta di costruirci intorno, per poterci modellare, manovrare e renderci tutti carne da marketing.
Ho scelto dei personaggi che solitamente sono identificati, dall’italiano medio, come le famose “cattive compagnie” da far evitare ai figli. Il ragazzo con i dreads e i piercing, la ragazza che si veste sempre di nero ed è – apparentemente – sempre seria e triste. La ragazza con i jeans strappati, una maglietta vecchia e una kefya al collo: a loro ho affiancato, proprio per esser esplicativo di quanto l’apparenza e l’estetica non debbano influenzare un giudizio o un’amicizia, una ragazza che è lo stereotipo della brava ragazza, la quale – seppur condividendo con loro molti ideali – non sente il bisogno di esprimere la propria essenza attraverso il look.

A farla da padrone, nel romanzo, è la presenza massiccia della musica, con testi di gruppi come Afterhours che aprono, intermezzano e concludono un capitolo o un paragrafo. Durante la stesura del romanzo, quanto è stato importante il ritmo musicale delle canzoni che ti hanno accompagnano?
Oltre ad essere “burattinaio di parole” (non amo definirmi “scrittore” poiché l’atto di scrivere non fa di te uno scrittore, come diceva qualcuno), sono anche musicista. Insegno pianoforte e lo suono da circa venti anni. La musica si lega in modo indissolubile alla scrittura, che si tratti di poesia o di prosa. Per me il ritmo è importantissimo, sia nella ricerca dei termini che nella giusta velocità del susseguirsi degli eventi. Come ogni canzone che si rispetti, ci vogliono delle regole dalle quali partire, insindacabili, alle quali il genio e la sregolatezza a cui ogni artista ha in sé, deve disobbedire.

La musica ha preso tanto dai grandi scrittori. Penso al “Cesare perduto nella pioggia” di de Gregori – che altro non è che Cesare Pavese -, a De Andrè e Spoon River, a Guccini e Madame Bovary: è giunto il momento di riconoscere pari dignità artistica a scrittura e musica. Anche il cantautore può ispirare il romanziere. Vi sono poi delle piccole citazioni nascoste. Ma non le svelo e lascio al lettore il compito di trovarle.

Quando scrivo sono così rapito che non “ascolto” musica, ma mi limito a “sentirla”. Probabilmente il mio subconscio, in cui nasce ogni idea, è molto condizionato dai ritmi che, nei momenti di stesura, sono sempre piuttosto ripetitivi e cupi. La musica deve, quando scrivo, essere la strada su cui cammino e – se voglio che il viaggio vada a buon fine – ho bisogno di una strada senza curve troppo pericolose. Quindi ricado sui Cure, sui Joy Division, sui notturni di Chopin: musica che coccoli la mia anima che lavora.

Delle ragazze protagoniste del romanzo cosa ci dici?
Ho sempre creduto che scrivere non significasse solo inventare, ma anche plasmare la realtà, creando personaggi che prendano spunto da qualche sfaccettatura affascinante di persone che incontriamo nella nostra vita. Ogni personaggio è un mix più o meno ricercato di alcune persone che conosco. I nomi dei personaggi sono attestati d’affetto, a persone care.

Articolo pubblicato sul numero 4 di WUD

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3 Responses to “Solo sangue…e non va via: intervista a Michele Sperduto”

  1. Michele

    Grazie mille di nuovo Carlo.. Ho scoperto adesso che sei lucano anche tu! La mia famiglia è sparsa su tutto il territorio, da Scanzano a Rionero, da San Fele a Venosa..

  2. Carlo Magni

    Ah, non lo sapevi? :-)
    Bene, bene: quando sei da queste parti, fammi un fischio che ti offro da bere.

  3. andrea

    un articolo interessante


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