Intervista a Costantino Dilillo, autore di “Un greto di ciottoli”
“Un greto di ciottoli”, romanzo giallo dello scrittore Costantino Dilillo, puzza di sigarette arse da avventori di un bar catapultato trent’anni indietro, ma mostra la genuinità di una tisana dalle ottime proprietà organolettiche. Cornice di questo quadro è la città di Matera, con i suoi anfratti storici, le sue case nei Sassi, il suo provinciale silenzio e la sua vocazione di città che ha fame di successo.
La trama ci parla di una sorta di investigatore privato, tale Pasquale Scanzano, alle prese con due casi apparentemente insignificanti ma che nascondono verità scomode per i protagonisti. Ne parliamo con l’autore
Pur se tinto di atmosfere piacevolmente retrò, “Un greto di ciottoli” affronta tematiche molto attuali. Da dove hai tratto l’ispirazione per scrivere questa storia?
Dalla realtà, dalla vita quotidiana, dalla cronaca. Le “storie” sono le rappresentazioni della realtà nella mente. Penso che il raccontare sia di per sé “ricerca”; ricerca di nessi, di concatenazioni fra gli eventi, di cause e di effetti. Il racconto giallo, poi è la ricerca per antonomasia, è ricostruzione, è cercare le ragioni dei fatti. Leonardo Sciascia diceva che gli scrittori sono degli sbirri mancati, sembra una provocazione ma aveva ragione, il processo della conoscenza e il raccontare si svolgono proprio come un’indagine. Questa è la scommessa “teorica” da cui è partito il mio romanzo giallo in cui a quella che Gadda chiamava la “ricostruzione del passato” si affianca lo scavo della natura umana, delle passioni che portano a delinquere. Il crimine non è appannaggio dei “professionisti” iscritti all’albo ma si presenta come sfondo sociale; piccoli abusi, la cresta, la mancia, il regalino, “il caffè”, la seconda attività in nero – che criminologicamente invece si chiama frode – corruzione, concussione, comparaggio, truffa sono appunto come lo sfondo della vita reale di ogni giorno, una serie di piccole attività devianti che non richiamano il conclamato delitto e rispetto alle quali si è rinunciato allo “scandalo”, in una sorta di tolleranza che in realtà è assuefazione.

Il personaggio principale del romanzo, Pasquale Scanzano, veste i panni laceri di un eroe disilluso, con la fame di verità dettata non solo dal denaro che percepisce per indagare sui casi che gli vengono assegnati, ma anche – soprattutto, forse – dal desiderio di estirpare almeno un po’ delle tante ingiustizie quotidiane, comuni e non comuni. Chi o cosa potrebbe essere Pasquale Scanzano, nella vita reale?
Be’, opponendosi alle prepotenze, di questi tempi potrebbe essere additato come un pericoloso giustizialista di quelli che una volta non hanno pagato il biglietto nel tram e quindi non si devono permettere di fare la morale ai grassatori abituali. Nel romanzo c’è davvero l’episodio di Scanzano che viaggia in autobus senza biglietto e un vecchio lo guarda male, tanto che Pasquale si sente a disagio e chiede di comprare un biglietto a bordo. La mitologia ha sempre personificato nelle figure degli eroi la sete di giustizia che anima gli oppressi di ogni epoca: Nembo Kid, Zorro, Gesù, Spartacus, Robin Hood, “eroi senza macchia e senza paura” le cui gesta, tramandate di generazione in generazione, hanno contribuito a tenere alta la speranza di poter vivere tempi migliori in un mondo che non si ha la forza di cambiare. Ma gli eroi individualisti sono simboli per la mitologia e per i romanzi; nella vita reale mi auspico un eroismo collettivo, che ci siano sempre più vecchietti che rimproverano Scanzano di non aver acquistato il biglietto, anziché cercare di non pagarlo a propria volta, e sempre più persone che, come Scanzano nel romanzo, si vergognano dell’abuso e vi pongono riparo. Scanzano nella vita reale potrebbe essere la società civile, l’opinione pubblica informata, saggia, vigile e gelosa delle regole della convivenza.
Scanzano è disilluso perché invece vede che la gente chiamata a decidere, da millenni continua a scegliere Barabba.
In “Un greto di ciottoli” le donne, come in ogni giallo che si rispetti, rivestono ruoli fondamentali, negativa o positiva che sia la loro influenza sulla storia. L’unico che non si lascia distrarre dai sentimenti sembra proprio Scanzano: c’è un disegno preciso, dietro questa decisione?
Scanzano adora Lucrezia, questa è la verità, ama profondamente le sue ricette e non è geloso che ella viva con Francuccio. Le altre donne in fondo hanno in questo romanzo il ruolo classico della letteratura poliziesca, la inquietante committente, la badante, la splendida tisaniera. La figura di donna descritta con maggior sentimento forse è quella che compare solo in un racconto del passato, fra una pietanza e l’altra, avvolta in una intensa nostalgia.
Il tuo romanzo sembra essere un omaggio a un’intera città e alla varia umanità che la abita. Quanto dei luoghi descritti all’interno del romanzo c’è in Costantino Dilillo?
Tutto. Non sono nato a Matera, ci venni a vivere da Irsina nel ’67 e ho avuto tuttavia la ventura di risiedere in zone diversissime della città, a Borgo Venusio sino al 1970 e poi nel centro cittadino, per cui ho avuto modo di “sentire” le diverse anime di questa complessa cittadina, frequentando ambienti tra i più diversi. Questa conoscenza ampia e trasversale degli ambienti cittadini mi ha molto aiutato nelle descrizioni e l’omaggio a una realtà complessa come quella di Matera è profondo e sincero. Una città non è solo le sue mura.
Attualmente stai lavorando a un nuovo romanzo o intendi continuare a creare storie che si adattino al personaggio Pasquale Scanzano?
Scrivo sempre. Appunti, annotazioni, descrizioni che se non annotate subito vanno perdute nei palinsesti della mente. Scrivo racconti per una nuova antologia che sarà completa fra qualche tempo. Pasquale Scanzano sta lavorando a una nuova ricerca; quando l’avrà completata, me la racconterà a modo suo e io forse la scriverò.
Un greto di ciottoli
di Costantino Dilillo
140 pagine
Euro 9,00
BMG Editrice
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