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	<title> &#187; Carlo Magni diventa Carlos Albuquerque</title>
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		<title>Pistole che uccidono e panini che uniscono</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 14:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si torna a sparare, in città. Una pistola fumante la cui brama di vendetta ha causato la morte di due giovani. Sembra l’inizio di uno dei racconti noir che, a volte, mi diletto a scrivere. Sembra, per l’appunto. Perché un duplice omicidio c’è stato, qui a Matera. Perché due famiglie piangono le vite spezzate di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si torna a sparare, in città.<br />
Una pistola fumante la cui brama di vendetta ha causato la morte di due giovani.<br />
Sembra l’inizio di uno dei racconti noir che, a volte, mi diletto a scrivere. Sembra, per l’appunto. Perché un duplice omicidio c’è stato, qui a Matera.<br />
Perché due famiglie piangono le vite spezzate di due ragazzi troppo giovani per morire e troppo grandi per scherzare con il destino.<br />
E mentre la città festeggiava, qualcuno versava lacrime. Ciò che è successo assumerebbe connotati di sprezzante quotidianità, se non fosse Matera il teatro inconsapevole – e manco tanto – di questo avvenimento inserito nelle pagine di cronaca dei giornali e dei siti web locali.<br />
Qualche ripresa al luogo del duplice delitto, una cronaca partecipata ma senza tanta enfasi dei fatti come sono avvenuti, secondo le ricostruzioni di forze dell’ordine e testimoni, piccole biografie di vite che non si consumeranno più (quelle dei due assassinati) o di quella che si consumerà lentamente in carcere (quella dell’assassino, chiunque esso sia).<br />
Sindaco e consiglieri preoccupati per questi sintomi di degrado di cui la città sembra soffrire, senza mai mettersi una mano sulla coscienza e lasciar perdere – almeno per una volta – giochi di potere e poltrona che stanno sbattendo questo patrimonio mondiale nella <em>monnezza</em>, letteralmente.<br />
Il pensiero è per chi è dovuto sopravvivere alla morte di un figlio, nel baccano di un luna park cittadino &#8211; per fortuna temporaneo &#8211; e nel silenzio rispettoso della gente, presa troppo dalla festa e troppo poco dalla civilizzazione al contrario che la città e i suoi cittadini stanno percorrendo.<br />
In pochi lanciano SOS disperati ai materani, troppo intenti – i materani, appunto – a godersi l’ultimo cocktail al chiaro di luna, prima di tornare sotto le lenzuola dell’anonimato.<br />
C’è la giovane scrittrice che, attraverso le pagine del mio quotidiano locale preferito, critica la merda di cavallo sulle strade, le solite bancarelle con la solita mercanzia e il panino alla “<em>chit è murt</em>“, rimasto invece l’unico prodotto sul mercato capace di accomunare l’operaio al libero professionista, lo studente universitario al cassaintegrato con la terza media. L’oggetto da consumo che unisce una città divisa, con i suoi ranghi sociali e i suoi movimenti, i suoi locali e i suoi momenti di incontro. D’altronde, lo snobismo è diventato uno sport abbastanza praticato, in questa città.</p>
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		<title>Io non faccio l&#8217;amore con il sapore</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 15:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La scorsa settimana ho partecipato, per la prima volta, al contest letterario BluSuBianco (organizzato dalla Muller, l&#8217;azienda produttrice del cremoso e gustoso yogurt, in collaborazione con la Scuola Holden). Il contest prevede lo sviluppo di un racconto da un incipit della giovane scrittrice Giusi Marchetta. Beccatevi il mio Cibo per gatti: E’ il suo segreto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana ho partecipato, per la prima volta, al contest letterario <a rel="nofollow" href="http://www.blusubianco.it/blusubianco.aspx" target="_blank">BluSuBianco</a> (organizzato dalla Muller, l&#8217;azienda produttrice del cremoso e gustoso yogurt, in collaborazione con la Scuola Holden). Il contest prevede lo sviluppo di un racconto da un incipit della giovane scrittrice Giusi Marchetta.</p>
<p>Beccatevi il mio <em>Cibo per gatti</em>:</p>
<blockquote><p><em>E’ il suo segreto, questa forma di terapia.<br />
Alle cinque, quando ha finito, non vede l’ora di tornare a casa, di togliersi le scarpe e di mettersi in poltrona.<br />
Di solito ha un giornale e una bibita già pronti sul tavolino perché a Paola piace coccolarlo.<br />
Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta.<br />
Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.<br />
E’ un persiano bianco, di quelli di razza.<br />
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa.*</em></p>
<p>Enrico resta impassibile. Dovrebbe turbarlo, quella cosa.<br />
La cosa.<br />
Sa di avere un legame con il felino impudente, ormai. L’animale, dal canto suo, capisce che gli occhi che lo scrutano ogni giorno non sono di un predatore, ma di una bestia più grossa e molto meno agile di lui. Il micio, però, si sente sicuro, sulla inarrivabile altezza del cornicione. Sicuro e appagato delle laute cene che la bestia grande, grossa e lontana gli ha concesso una volta e per chissà quanti altri giorni ancora.<br />
Il gatto lo sa che quello è un regalo di Enrico. Ne sente l’odore e non può fare a meno di guardarlo mentre si lecca quei baffi ingordi e soddisfatti. L’uomo, dal canto suo, continua a osservare il gatto e quando l’animale svanisce fra le tegole rosse dei tetti di fronte, può rientrare a casa, soddisfatto di aver cibato il regno animale anche questa volta.<br />
Enrico lo sa, comunque, che la terapia deve continuare. Si sente più buono quando sfama cani e gatti randagi, quando dà da mangiare alle papere del parco e quando elargisce cibo ai piccioni della piazzetta sotto casa, pur di non vedersi trasformare il suo balcone in un merdaio a pois. D’altronde, la realtà che lo circonda è piena di cibo da preparare e cucinare per i suoi amici animali. Proprio come Paola fa per lui.<br />
Dolce Paola.<br />
Premurosa Paola.<br />
E’ l’unica persona che non merita di finire nelle ciotole dei suoi amici, Enrico lo sa. Per questo motivo, puro e semplice, esce di casa ogni volta che sente la necessità di dare da mangiare ai suoi animali.<br />
E’ il suo segreto, la sua terapia vincente contro la brutta realtà che lo circonda. Il gatto bianco del terrazzo di fronte l’ha capito e condivide con lui questo segreto.<br />
Che animale intelligente, quel persiano.<br />
Mangia a poco a poco il cibo che Enrico gli ha gentilmente offerto. Non importa che l’odore di quel ben di dio sotto forma di carne sia identico a quello del suo padrone, tanto sono cinque giorni che non si fa vivo e il suo nuovo amico è lì, a sincerarsi che lui mangi tutto il cibo a disposizione.<br />
Per averne ancora. E ancora.<br />
Proprio come le papere del parco o i piccioni della piazzetta o i cani e i gatti randagi del quartiere.<br />
E’ una terapia. E funziona.</p></blockquote>
<p><em>*Incipit di Giusi Marchetta</em></p>
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		<title>La Nota Storta del web</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 17:47:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel periodo in cui fonti interne il New York Times parlano di un imminente annuncio, da parte del quotidiano americano, dell’introduzione di news a pagamento sul proprio sito, viene spontaneo domandarsi quanto spazio possano ritagliarsi idee e i progetti che partono dal basso, con budgets modesti, per creare interessanti contenuti, gratuitamente disponibili in rete. Ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel periodo in cui fonti interne il New York Times parlano di un imminente annuncio, da parte del quotidiano americano, dell’introduzione di news a pagamento sul proprio sito, viene spontaneo domandarsi quanto spazio possano ritagliarsi idee e i progetti che partono dal basso, con budgets modesti, per creare interessanti contenuti, gratuitamente disponibili in rete. Ne parliamo con Donato Mola, un blogger materano che – in collaborazione con una società di produzioni multimediali e un blogger fuorisede &#8211; conduce “La Nota Storta”, un programma in onda esclusivamente sul web e focalizzato su fatti e avvenimenti locali.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quando e come è nata l’idea di creare un programma come La Nota Storta?</strong></p>
<p>L&#8217;idea non è altro che l&#8217;evoluzione naturale di un blog urbano (www.hyperbros.com) che negli ultimi anni ha visto crescere col numero dei visitatori, anche la qualità dei commenti che vi arrivavano. E&#8217; cresciuta anche l&#8217;internet, la rete di relazioni con altri che in rete propongono dei contenuti interessanti e dunque abbiamo messo insieme le forze per colmare un vuoto. Quello di una “piazza” che a Matera ha perso di recente la funzione primaria dell&#8217;incontro. Con <em>La Nota</em><em> Storta</em> proviamo a rimettere in circolo alcune idee, opinioni e fatti, valorizzando i testimoni e i protagonisti della vita pubblica, per il momento materana (ma il progetto prevede di allargare l&#8217;interesse alla regione). Lo scopo è quello di portare avanti la ricerca dell&#8217;identità perduta, o forse solo dimenticata, del nostro territorio.</p>
<p><strong>Il vostro team è variegato: un blogger materano stanziale, un blogger materano fuorisede, un giornalista e un’azienda che si occupa di produzioni multimediali. Come siete riusciti a far incontrare le vostre idee?</strong></p>
<p>E&#8217; stato possibile grazie alla frequentazione quotidiana e al confronto sui vari temi che i nostri rispettivi blog o testate giornalistiche hanno fatto scaturire. Ma non è solo una questione di contenuti, pure importante. Molto forte è l&#8217;elemento “stilistico” che ci accomuna. Ci piace l&#8217;ironia e il taglio leggero che diamo ai nostri contenuti.</p>
<p><span id="more-625"></span><strong>Pensi che il tipo di format de “La Nota Storta” sia trasferibile in contesti metropolitani o sia più efficace in realtà come la provincia italiana?</strong></p>
<p>Mi piace descrivere <em>La  Nota Storta</em> come un prodotto di “artigianato digitale”, nel solco delle più gloriose imprese della tradizione di provincia, dove ogni cosa è fatta “a mano”, curata in maniera certosina e senza lasciare spazio all&#8217;improvvisazione (certo è un modo di dire perché c&#8217;è anche l&#8217;elemento dell&#8217;imprevedibilità in scaletta, ossia gli interventi in chat dei nostri visitatori).</p>
<p>Per venire quindi alla domanda, penso che il format sia replicabile. <em>La Nota</em><em> Storta</em> nasce come un esperimento che, in prospettiva, vorrei che avesse uno sviluppo maggiore, sino a diventare una rubrica nell&#8217;ambito di un vero e proprio palinsesto web: l’intento è quello e chi non lo ha capito, per parafrasare Negroponte, riferendosi a quei paesi che continuano a investire in telefonini e televisione, “è un paese destinato a morire”. Noi crediamo nella convergenza: basta vedere gli ultimi passi di YouTube o della Sony. Ancora una volta, l&#8217;Italia dimostra &#8211; con tante altre piccole realtà come la nostra &#8211; di avere il suo punto di forza nel tessuto della micro impresa e dell&#8217;artigianato riattualizzato in chiave digitale.</p>
<p><strong>Essendo nata nel web e per il web, La Nota Storta ingloba diverse qualità che rendono i suoi contenuti “open source”, nel senso che tutti possono – gratuitamente – vedere ogni singola puntata del programma e intervenire in diretta: quanto è coraggiosa una scelta simile per un editore interessato ad acquistare un format come questo, in un periodo in cui la discussione sulla gratuità dei contenuti online si sta orientando verso una soluzione “premium”?</strong></p>
<p>Bella domanda, a cui non è facile rispondere con sicurezza. Siamo ancora in un momento di sperimentazione. Sono convinto che l&#8217;open source sia uno strumento utile anche per fare business.</p>
<p>Lavoro in un&#8217;azienda che utilizza l&#8217;open source per offrire servizi e contenuti ai propri clienti. Con il team de <em>La Nota Storta</em> stiamo ultimando un piano di sponsorizzazione per coprire i costi del nostro lavoro. Se allarghiamo il discorso all&#8217;editoria, sia quella dei grandi gruppi italiani che quella delle piccole case editrici che vengono dall’informazione tradizionale (televisiva e cartacea),  è facile accorgersi come essa risulti, in genere, inadeguata al compito che è chiamata a svolgere. Molti gruppi editoriali mancano di apertura mentale, onestà intellettuale, sono analfabeti in tema di tecnologie, leggono e parlano poco, guardano troppa tv, si gingillano troppo con i telefonini per accorgersi che dovrebbero farsi da parte e lasciare spazio a persone e idee non nuove, ma diverse dalle loro. Il concetto di “premium” deriva da quella cultura del “nulla imbellettato” che ci hanno propinato fino ad ora. Ogni contenuto deve essere sì “premium”, ma aperto e libero a tutti. Invece si continua, nella maggior parte dei casi, a produrre razzumaglia televisiva e cartacea per “costringere” l&#8217;utente a pagare per “i contenuti migliori”. Questa deriva fa arrabbiare tante persone, non solo il sottoscritto. Ma ancora una volta la risposta non tarderà ad arrivare. Ormai gli strumenti sono a disposizione di chiunque. Quindi è più facile produrre e diffondere contenuti. Le menti e le idee che abbiamo a disposizione in Italia, la nostra antichissima cultura e la nostra storia giocheranno un ruolo sempre più importante adesso che non abbiamo più bisogno del supporto dei grandi gruppi editoriali per mostrare agli altri utenti cosa siamo in grado di fare. E&#8217; questa la novità. Ed è per questo che in tanti temono la rete e cercano, più o meno subdolamente, di limitarne la diffusione. Questo gioco perverso, comunque, è destinato a terminare poiché la gente inizia ad accorgersi che in futuro non saremo in grado di ricordare nessuno dei nomi degli attuali editori.</p>
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		<title>Intervista a Costantino Dilillo, autore di &#8220;Un greto di ciottoli&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 17:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Un greto di ciottoli”, romanzo giallo dello scrittore Costantino Dilillo, puzza di sigarette arse da avventori di un bar catapultato trent’anni indietro, ma mostra la genuinità di una tisana dalle ottime proprietà organolettiche. Cornice di questo quadro è la città di Matera, con i suoi anfratti storici, le sue case nei Sassi, il suo provinciale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Un greto di ciottoli”</strong><strong>, romanzo giallo dello scrittore Costantino Dilillo,</strong><strong> </strong>puzza di sigarette arse da avventori di un bar catapultato trent’anni indietro, ma mostra la genuinità di una tisana dalle ottime proprietà organolettiche. Cornice di questo quadro è la città di Matera, con i suoi anfratti storici, le sue case nei Sassi, il suo provinciale silenzio e la sua vocazione di città che ha fame di successo.</p>
<p>La trama ci parla di una sorta di investigatore privato, tale Pasquale Scanzano, alle prese con due casi apparentemente insignificanti ma che nascondono verità scomode per i protagonisti. Ne parliamo con l’autore</p>
<p><strong>Pur se tinto di atmosfere piacevolmente retrò, “Un greto di ciottoli” affronta tematiche molto attuali. Da dove hai tratto l’ispirazione per scrivere questa storia?</strong></p>
<p>Dalla realtà, dalla vita quotidiana, dalla cronaca. Le “storie” sono le rappresentazioni della realtà nella mente. Penso che il raccontare sia di per sé “ricerca”; ricerca di nessi, di concatenazioni fra gli eventi, di cause e di effetti. Il racconto giallo, poi è la ricerca per antonomasia, è ricostruzione, è cercare le ragioni dei fatti. Leonardo Sciascia diceva che gli scrittori sono degli sbirri mancati, sembra una provocazione ma aveva ragione, il processo della conoscenza e il raccontare si svolgono proprio come un’indagine. Questa è la scommessa “teorica” da cui è partito il mio romanzo giallo in cui a quella che Gadda chiamava la “ricostruzione del passato” si affianca lo scavo della natura umana, delle passioni che portano a delinquere. Il crimine non è appannaggio dei “professionisti” iscritti all’albo ma si presenta come sfondo sociale; piccoli abusi, la cresta, la mancia, il regalino, “il caffè”, la seconda attività in nero &#8211; che criminologicamente invece si chiama frode &#8211; corruzione, concussione, comparaggio, truffa sono appunto come lo sfondo della vita reale di ogni giorno, una serie di piccole attività devianti che non richiamano il conclamato delitto e rispetto alle quali si è rinunciato allo “scandalo”, in una sorta di tolleranza che in realtà è assuefazione.</p>
<p><span id="more-622"></span><img title="Continua..." src="../wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p><strong>Il personaggio principale del romanzo, Pasquale Scanzano, veste i panni laceri di un eroe disilluso, con la fame di verità dettata non solo dal denaro che percepisce per indagare sui casi che gli vengono assegnati, ma anche – soprattutto, forse – dal desiderio di estirpare almeno un po’ delle tante ingiustizie quotidiane, comuni e non comuni. Chi o cosa potrebbe essere Pasquale Scanzano, nella vita reale?</strong></p>
<p>Be’, opponendosi alle prepotenze, di questi tempi potrebbe essere additato come un pericoloso giustizialista di quelli che una volta non hanno pagato il biglietto nel tram e quindi non si devono permettere di fare la morale ai grassatori abituali. Nel romanzo c’è davvero l’episodio di Scanzano che viaggia in autobus senza biglietto e un vecchio lo guarda male, tanto che Pasquale si sente a disagio e chiede di comprare un biglietto a bordo. La mitologia ha sempre personificato nelle figure degli eroi la sete di giustizia che anima gli oppressi di ogni epoca: Nembo Kid, Zorro, Gesù, Spartacus, Robin Hood, “eroi senza macchia e senza paura” le cui gesta, tramandate di generazione in generazione, hanno contribuito a tenere alta la speranza di poter vivere tempi migliori in un mondo che non si ha la forza di cambiare. Ma gli eroi individualisti sono simboli per la mitologia e per i romanzi; nella vita reale mi auspico un eroismo collettivo, che ci siano sempre più vecchietti che rimproverano Scanzano di non aver acquistato il biglietto, anziché cercare di non pagarlo a propria volta, e sempre più persone che, come Scanzano nel romanzo, si vergognano dell’abuso e vi pongono riparo. Scanzano nella vita reale potrebbe essere la società civile, l’opinione pubblica informata, saggia, vigile e gelosa delle regole della convivenza.</p>
<p>Scanzano è disilluso perché invece vede che la gente chiamata a decidere, da millenni continua a scegliere Barabba.</p>
<p><strong>In “Un greto di ciottoli” le donne, come in ogni giallo che si rispetti, rivestono ruoli fondamentali, negativa o positiva che sia la loro influenza sulla storia. L’unico che non si lascia distrarre dai sentimenti sembra proprio Scanzano: c’è un disegno preciso, dietro questa decisione?</strong></p>
<p>Scanzano adora Lucrezia, questa è la verità, ama profondamente le sue ricette e non è geloso che ella viva con Francuccio. Le altre donne in fondo hanno in questo romanzo il ruolo classico della letteratura poliziesca, la inquietante committente, la badante, la splendida tisaniera. La figura di donna descritta con maggior sentimento forse è quella che compare solo in un racconto del passato, fra una pietanza e l’altra, avvolta in una intensa nostalgia.</p>
<p><strong>Il tuo romanzo sembra essere un omaggio a un’intera città e alla varia umanità che la abita. Quanto dei luoghi descritti all’interno del romanzo c’è in Costantino Dilillo?</strong></p>
<p>Tutto. Non sono nato a Matera, ci venni a vivere da Irsina nel ’67 e ho avuto tuttavia la ventura di risiedere in zone diversissime della città, a Borgo Venusio sino al 1970 e poi nel centro cittadino, per cui ho avuto modo di “sentire” le diverse anime di questa complessa cittadina, frequentando ambienti tra i più diversi. Questa conoscenza ampia e trasversale degli ambienti cittadini mi ha molto aiutato nelle descrizioni e l’omaggio a una realtà complessa come quella di Matera è profondo e sincero. Una città non è solo le sue mura.</p>
<p><strong>Attualmente stai lavorando a un nuovo romanzo o intendi continuare a creare storie che si adattino al personaggio Pasquale Scanzano?</strong></p>
<p>Scrivo sempre. Appunti, annotazioni, descrizioni che se non annotate subito vanno perdute nei palinsesti della mente. Scrivo racconti per una nuova antologia che sarà completa fra qualche tempo. Pasquale Scanzano sta lavorando a una nuova ricerca; quando l’avrà completata, me la racconterà a modo suo e io forse la scriverò.</p>
<p><strong>Un greto di ciottoli</strong><br />
di Costantino Dilillo<br />
140 pagine<br />
Euro 9,00<br />
BMG Editrice</p>
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		<title>Solo sangue&#8230;e non va via: intervista a Michele Sperduto</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 09:44:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La violenza sessuale è un crimine odioso da cui scaturiscono sensi di colpa e impotenza nelle persone che ne restano vittime. Ma cosa succede se ad essere maltrattati sono i corpi e le coscienze di tre ragazze adolescenti che, anziché lasciarsi catturare dallo sconforto e dalla depressione, decidono di reagire con altrettanta violenza ai crimini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 5px;" title="Copertina Solo sangue e non va via" src="http://www.altromondoeditore.com/images/books/libro_225_flat_small.jpg" alt="" width="174" height="242" />La violenza sessuale è un crimine odioso da cui scaturiscono sensi di colpa e impotenza nelle persone che ne restano vittime. Ma cosa succede se ad essere maltrattati sono i corpi e le coscienze di tre ragazze adolescenti che, anziché lasciarsi catturare dallo sconforto e dalla depressione, decidono di reagire con altrettanta violenza ai crimini dei loro carnefici? “Solo sangue (e non va via…)”, dell’empolese Michele Sperduto, è un turbine di musica e vendetta, sogni infranti e sigarette consumate come le vite di chi sa che la propria vita avrà un significato diverso è meno amaro nel momento in cui giustizia sarà fatta. Ma non sempre gli eroi sono i vincitori.</p>
<p><span id="more-613"></span><strong>“Solo sangue (e non va via…)” è la rivincita di un gruppo di ragazze che hanno subìto la peggiore delle violazioni di anima e corpo.</strong><br />
Ho preso spunto da una escalation di violenza, sempre più becera e raccapricciante, che sembra avvolgere parte dei ragazzi di oggi, intrappolati in una spirale di deresponsabilizzazione, di arroganza e di supposta superiorità, che porta inevitabilmente verso questo tipo di degenerazione. Dalla violenza delle parole e dalla disconoscenza di ogni forma di rispetto della libertà altrui, per arrivare allo stupro, il passo è molto più breve di quanto si creda.</p>
<p><strong>La voce narrante e i personaggi sembrano i portavoce di una guerra leggendaria che negli anni ’80 ha visto protagonisti migliaia di giovani: quella tra paninari e dark. Il tuo romanzo, oltre a denunciare la violenza sulle donne, potrebbe farsi portavoce del bisogno di abbattere l’attuale appiattimento culturale e ideologico?</strong><br />
La scelta dei personaggi non è casuale. Volevo riuscire a trattare anche il tema del pregiudizio, che ha &#8211; secondo me &#8211; la stessa matrice della violenza: l’ignoranza, la quale porta a giudicare gli altri solo in base a ciò che appare o ai luoghi comuni che circolano tra le masse. L’intento è arduo e non credo che bastino cento romanzi, ma è necessario abbattere quei muri che puntualmente la società tenta di costruirci intorno, per poterci modellare, manovrare e renderci tutti carne da marketing.<br />
Ho scelto dei personaggi che solitamente sono identificati, dall’italiano medio, come le famose “cattive compagnie” da far evitare ai figli. Il ragazzo con i dreads e i piercing, la ragazza che si veste sempre di nero ed è – apparentemente &#8211; sempre seria e triste. La ragazza con i jeans strappati, una maglietta vecchia e una kefya al collo: a loro ho affiancato, proprio per esser esplicativo di quanto l’apparenza e l’estetica non debbano influenzare un giudizio o un’amicizia, una ragazza che è lo stereotipo della brava ragazza, la quale &#8211; seppur condividendo con loro molti ideali &#8211; non sente il bisogno di esprimere la propria essenza attraverso il look.</p>
<p><strong>A farla da padrone, nel romanzo, è la presenza massiccia della musica, con testi di gruppi come Afterhours che aprono, intermezzano e concludono un capitolo o un paragrafo. Durante la stesura del romanzo, quanto è stato importante il ritmo musicale delle canzoni che ti hanno accompagnano?</strong><br />
Oltre ad essere “burattinaio di parole” (non amo definirmi “scrittore” poiché l’atto di scrivere non fa di te uno scrittore, come diceva qualcuno), sono anche musicista. Insegno pianoforte e lo suono da circa venti anni. La musica si lega in modo indissolubile alla scrittura, che si tratti di poesia o di prosa. Per me il ritmo è importantissimo, sia nella ricerca dei termini che nella giusta velocità del susseguirsi degli eventi. Come ogni canzone che si rispetti, ci vogliono delle regole dalle quali partire, insindacabili, alle quali il genio e la sregolatezza a cui ogni artista ha in sé, deve disobbedire.</p>
<p>La musica ha preso tanto dai grandi scrittori. Penso al “Cesare perduto nella pioggia” di de Gregori  &#8211; che altro non è che Cesare Pavese -, a De Andrè e Spoon River, a Guccini e Madame Bovary: è giunto il momento di riconoscere pari dignità artistica a scrittura e musica. Anche il cantautore può ispirare il romanziere. Vi sono poi delle piccole citazioni nascoste. Ma non le svelo e lascio al lettore il compito di trovarle.</p>
<p>Quando scrivo sono così rapito che non “ascolto” musica, ma mi limito a “sentirla”. Probabilmente il mio subconscio, in cui nasce ogni idea, è molto condizionato dai ritmi che, nei momenti di stesura, sono sempre piuttosto ripetitivi e cupi. La musica deve, quando scrivo, essere la strada su cui cammino e &#8211; se voglio che il viaggio vada a buon fine &#8211; ho bisogno di una strada senza curve troppo pericolose. Quindi ricado sui Cure, sui Joy Division, sui notturni di Chopin: musica che coccoli la mia anima che lavora.</p>
<p><strong>Delle ragazze protagoniste del romanzo cosa ci dici?</strong><br />
Ho sempre creduto che scrivere non significasse solo inventare, ma anche plasmare la realtà, creando personaggi che prendano spunto da qualche sfaccettatura affascinante di persone che incontriamo nella nostra vita. Ogni personaggio è un mix più o meno ricercato di alcune persone che conosco. I nomi dei personaggi sono attestati d’affetto, a persone care.</p>
<p><em>Articolo pubblicato sul numero 4 di WUD</em></p>
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		<title>Quadro d&#8217;oblìo, un racconto breve horror</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 18:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;idea e l&#8217;ispirazione me le date i ragazzi di Scheletri.com, attraverso la partecipazione al concorso <strong>&#8220;300 parole per un incubo&#8221;</strong>, dedicato alla letteratura horror.</p>
<p>Casa vostra fa paura, quando siete soli? La mia sì, ogni tanto ( soprattutto quando la mia gatta resta pietrificata e fissa il vuoto della stanza: una sorta de &#8220;Il sesto senso&#8221; animalesco&#8230;). Spero di farvi accaponare la pelle, bbrrrrr :-)</p>
<blockquote><p>La sua     immagine riflessa in quel quadro orrendo non era più sola. Sembrava una fotografia in     bianco e nero. Testa e spalle anticipavano di pochi centimetri quei lunghi capelli neri     sorretti da un volto di cui non si scorgevano i lineamenti.<br />
Luke non aveva la minima intenzione di voltarsi. In quei lunghi attimi, il quadro gli     stava facendo la rivelazione più sconvolgente da quando viveva in quella vecchia casa del     centro storico.<br />
Quei sogni incomprensibili, di oscuri profili che di notte si accovacciavano sul suo     letto, iniziavano ad avere un senso. Il sentirsi costantemente osservato, pur essendo     l’unica persona in casa, aveva una illogica conclusione.<br />
I secondi aumentavano e la distanza tra Luke e quella nera figura dalle fattezze femminili     si accorciava inesorabilmente. Iniziava a sentire freddo, Luke, come quando nel bus     cittadino che lo accompagnava al lavoro qualcuno, dietro di lui, respira affannosamente     nelle fredde giornate invernali colpendo il suo collo con aria gelida. Il freddo era lo     stesso, ma il fastidio si era tramutato in paura.<br />
Semplice e inarrestabile paura.<br />
Il silenzio sembrava una coperta di piombo caduta sul suo appartamento e avrebbe dato     tutto l’oro del mondo, Luke, pur di ascoltare le voci dei passanti. Invece a fargli     compagnia era il nulla di una presenza tangibile ma eterea, che per nessuna ragione al     mondo avrebbe voluto vedere in faccia.<br />
Adesso Luke sentiva i capelli gelati della presunta donna sulle sue spalle e fu in quel     preciso istante che sentì un alito di vento sulla pelle del suo viso. Scrutò nuovamente     il quadro, rimasto l’unico e silenzioso testimone di quell’inspiegabile     avvenimento, e l’unica cosa che vide, oltre la tela, fu il proprio volto. Comprese     che da quel momento avrebbe avuto un motivo in più per temere quella casa.</p></blockquote>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.scheletri.com/racconto2638.htm" target="_blank">Link al racconto su Scheletri.com</a></p>
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		<title>Il cielo in un barattolo</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:17:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tempo di racconti, su questo blog. Oggi è il turno della mia prima &#8211; e credo ultima &#8211; creazione letteraria fantascientifica. Il cielo in un barattolo nasce da un&#8217;ispirazione quanto mai bizzarra: uno spot televisivo &#8211; di cui non ricordo praticamente nulla &#8211; che finiva con due alieni che giocavano a biglie con l&#8217;universo. Ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo di racconti, su questo blog. Oggi è il turno della mia prima &#8211; e credo ultima &#8211; creazione letteraria fantascientifica.</p>
<p><em>Il cielo in un barattolo</em> nasce da un&#8217;ispirazione quanto mai bizzarra: uno spot televisivo &#8211; di cui non ricordo praticamente nulla &#8211; che finiva con due alieni che giocavano a biglie con l&#8217;universo. Ho deciso di partecipare all&#8217;<a rel="nofollow" href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/12/02/trincee-di-g-b-shock-vincitore-ultimo-round/" target="_blank">Ultimo Round di Novembre</a> con questo racconto più che altro perché penso che la scrittura sia uno sport per mani e menti attive e quindi ho pensato bene di allenarmi con un genere non mio.</p>
<p>Ecco cosa ne è uscito fuori:</p>
<blockquote><p>“Papà, perché le lune sono due, stamattina?”<br />
“Perché te le inventi, Zeta Alfa.”<br />
“Ma papà, guarda in cielo…”<br />
Beta Gamma alzò lo sguardo scettico da scienziato della Star System Service qual era: un vortice di stupore si formò al posto della sua bocca quando, incredulo, vide una luna in più rispetto al solito butterato, pallido satellite che da milioni di anni faceva compagnia alla Terra.<br />
Aveva studiato ogni centimetro di universo conosciuto, Beta Gamma, e poteva scommettere tutta la sua conoscenza sul fatto che non esistesse nessun satellite simile alla Luna nell’arco di settantasette minuti luce. La presenza di quella sorella gemella del satellite caro a tutto il genere umano, venuta fuori dal nulla, era però evidente e non poté fare a meno di fermare la sua autonave sopra il Palazzo delle Esposizioni Extraterrestri. Beta Gamma poggiò la mano destra sotto il mento e iniziò a formulare le ipotesi più strane, nessuna delle quali aveva un fondamento scientifico supportabile da studi e ricerche effettuate sul campo, in tutta la storia dell’astronomia.<br />
Passarono una decina di minuti e quando il suo cervello cessò di immaginare cosa potesse aver generato un satellite uguale alla luna, sorrise e si rivolse a suo figlio: “E’ colpa dell’azoto: il livello di presenza del gas nell’atmosfera è troppo alto, in questi giorni, e questo può essere causa di allucinazioni.”<br />
Zeta Alfa, non del tutto convinto della spiegazione ricevuta dal papà, scrutò nuovamente la luna in più nel cielo e – senza batter ciglio – decise che era molto più comodo pensare che Beta Gamma avesse ragione piuttosto che porsi domande senza una risposta certa.</p>
<p>Hantol stava tirando verso di sé la comoda sedia in titanio, girandola di 60° per mettersi comodo. La tavola era già imbandita e pronta affinché la mostruosa divinità consumasse il suo pranzo quotidiano. Vi erano poggiate pietanze di ogni dove: specialità dell’universo Uno, dell’universo Due e cibi vari provenienti direttamente dall’universo Quattro. Improvvisamente, la divinità si accorse di aver dimenticato la pietanza principe della sua dieta: la luna dell’universo Tre. Ricordava di averla recuperata dalla costellazione dell’Ottante ma non dove l’avesse poggiata temporaneamente. Girò, quindi, tre volte intorno al tavolo, sperando che questo rito gli ricordasse dove aveva poggiato la luna e – come sempre – al compimento del terzo giro, rimembrò di aver lasciato la luna vicino le provviste per il mese successivo. Aprì il barattolo in cui custodiva l’universo Uno e diresse le sue dita verso quella luna che, da lì a pochi minuti, gli avrebbe fatto da dessert.</p></blockquote>
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		<title>Odio le cover</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 15:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il titolo farebbe pensare a un&#8217;invettiva contro quei gruppi che si dilettano a suonare cover su cover, ma non è così. Questo è il titolo di un racconto breve con cui ho partecipato al concorso &#8220;Parole in Corsa 2009&#8243;, organizzato dal Gruppo Torinese Trasporti. Il genere lo definirei rock/noir con elementi trash. A voi &#8220;Odio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il titolo farebbe pensare a un&#8217;invettiva contro quei gruppi che si dilettano a suonare cover su cover, ma non è così. Questo è il titolo di un racconto breve con cui ho partecipato al concorso &#8220;Parole in Corsa 2009&#8243;, organizzato dal Gruppo Torinese Trasporti.<br />
Il genere lo definirei rock/noir con elementi trash. A voi &#8220;<strong>Odio le cover</strong>&#8220;:</p>
<blockquote><p>Scappo.<br />
Me ne vado da qui, ho deciso.<br />
Se ne esco sano e salvo, giuro che chiudo definitivamente le porte a questa città.<br />
Ve lo prometto: non metterò mai più piede in questo posto.<br />
Strappo il fottuto cordone ombelicale che mi tiene legato a mamma e papà e non mi faccio più vivo.<br />
Intanto corro.<br />
Il fiato inizia a farsi pesante. Colpa delle merdosissime Pall Mall.<br />
Ne ho sempre fumate almeno una decina, prima di fare quello che facevo fino a poco fa. Ultimamente è diventato un rito. Prima era un antidoto poco salutare alla tensione. Ma ormai tutto questo non conta: penso ad andare il più veloce possibile.<br />
Mi sono dato all’atletica.<br />
Da cinque minuti.<br />
Per ora sono il primo. Non male per uno che ha appena iniziato a fare sport, eh? Peccato che non esista alcun traguardo da tagliare. Se vinco, avrò salvo il culo e questo basta per dimenticare i prosciutti affumicati che mi ritrovo al posto dei polmoni. Non voglio fare la fine di Frankie, io. Gli hanno infilato le bacchette della batteria lì dove non batte mai il sole, quelle merde. Quaranta e passa centimetri di legno nel culo e mica una per volta.<br />
Magari.<br />
Pepo e Giangi, invece, li ho visti a terra, con il cranio spaccato e la bocca schiumosa.<br />
Con me non ci sono riusciti, i bastardi. Non mi avranno mai, a costo di cambiare i connotati al mio viso. Se mi beccano, me la fanno loro un’operazione di chirurgia plastica all’ano. Con il microfono, ne sono sicuro.<br />
Non sono manco fantasiosi, questi quadrupedi setolosi con la carta d’identità.<br />
Frankie, quel brutto stronzo. L’avevo avvertito di lasciar perdere le pietre miliari del rock.<br />
Manco per il cazzo.<br />
E ora beccati quelle mazze nel culo. Io, intanto, corro e non so manco dove cazzo sto andando.<br />
E’ follia. Pura, limpida e palese follia. Non ci sono altri nomi con cui chiamare questa mattanza.<br />
Colpevoli per cosa, poi? Aver suonato una cover del loro fottutissimo inno.<br />
A me manco piacciono, i fottuti Steppenwolf.<br />
Per non parlare delle moto: preferisco le quattro ruote, non ci sono cazzi.<br />
Intanto corro.</p></blockquote>
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		<title>L&#8217;ultima curva dell&#8217;Ultimo Round</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 10:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amici di bits]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Magni diventa Carlos Albuquerque]]></category>
		<category><![CDATA[Creatività]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie internettiane]]></category>
		<category><![CDATA[Pensieri, letture e letterature]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa volta non ho meritato menzioni speciali e &#8211; occorre dirlo &#8211; non mi sono impegnato a sufficienza, visto che il tema proposto questo mese dai ragazzi della casa editrice Round Robin era davvero arduo da affrontare. Il racconto vincitore, con le motivazioni e le menzioni ad altri racconti partecipanti, lo trovate cliccando qui. Qui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa volta non ho meritato menzioni speciali e &#8211; occorre dirlo &#8211; non mi sono impegnato a sufficienza, visto che il <a rel="nofollow" href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/09/26/ultimo-round-%E2%80%93-ottobre-2009-%E2%80%93-%E2%80%9Cvita-morte-e-miracoli-di-steaven-breadbury/" target="_blank">tema proposto questo mese</a> dai ragazzi della <strong>casa editrice Round Robin</strong> era davvero arduo da affrontare.</p>
<p>Il racconto vincitore, con le motivazioni e le menzioni ad altri racconti partecipanti, lo trovate <a rel="nofollow" href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/10/24/catechismo-di-marco-vezzoli-vincitore-ultimo-round/" target="_blank">cliccando qui</a>.</p>
<p>Qui sotto, invece, posto <em>L&#8217;ultima curva</em> (il racconto con cui ho partecipanto a <strong>Ultimo Round</strong> di Ottobre):</p>
<blockquote><p>Fragoroso.<br />
Debordante.<br />
Adiposo.<br />
Sfacciato culo.<br />
Va bene che stavo morendo dissanguato, ma quella coppia carnale di chiappe &#8211; così bonariamente descritte &#8211; ha ripagato i centoundici punti di sutura e i mesi di inferno che ho passato. Tutto per colpa di un fottuto pattino italiano.<br />
Centoundici ticchettii da un capo all’altro della pista. Ogni punto un metro, ogni metro un sussulto.<br />
Ora sono in debito con la fortuna, lo so. Quella mica si accontenta di quattro litri di sangue lasciati a indurirsi sul ghiaccio ormai sciolto di Montreal. No, infima e sboccata sorte: vuoi di più, ti conosco.<br />
Uno strozzino travestito da medaglia d’oro che sta per chiedermi il conto. Abbastanza salato, direi.<br />
Due piste, due emozioni. Due vite che durano attimi, si stravolgono e capovolgono a loro piacimento. Io mica posso farci qualcosa. Continuo a correre, distratto da quel culo emozionante, più di quella rotondità femminile che indossava mutande bianche, su quel manifesto gigante a Torino. Avevo già appeso i pattini al chiodo della buona sorte, in quel periodo. Quanto vorrei staccarlo e portarlo via con me. Il chiodo, intendo. Mica il sedere stampato su quel manifesto.<br />
Manca una curva al traguardo e il culo mi dice bye bye con una delle sue ridenti chiappe. Non importa quale. Ho finito la mia razione di fortuna e ora ne ho la certezza, all’ultima curva di quest’ultimo Gran Prix del Queensland. L’auto (lo sottolineo un&#039;<a href="http://napoli.olx.it/auto-cat-378">auto presa a Napoli</a> di contrabando) mi ha abbandonato, la fortuna pure. Non resta che ricambiare il suo saluto.</p>
<p>“Benvenuto, sig. Bradbury. La stavamo aspettando…”<br />
Una bionda che ha più curve del circuito di Montecarlo mi si presenta verticalmente. Forse sono steso in un letto. Forse ho fatto incidente.<br />
“Buongiorno, infermiera…dove sono?”<br />
“Ah ah, vedo che non ha perso il senso dell’umorismo, signor Bradbury”<br />
“Eh?”<br />
“Ricorda quella curva qualche centinaio di metri prima del traguardo?”<br />
“Ah, sì: ricordo solo di aver perso il controllo dell’auto. Fortuna che posso raccontarlo.”<br />
L’infermiera ritrae le labbra, distendendo la bocca in un’espressione dubbiosa:”Arcangelo, adesso tocca a te”. Al mio capezzale si presenta un mastodontico essere biondo vestito anch’egli di bianco. Un altro infermiere. Forse.<br />
“Signor Bradbury, la mia collega non è stata abbastanza chiara, ma è il suo ruolo a imporglielo. Sa, non è semplice comunicare il passaggio.”<br />
“Ho capito di aver fatto incidente, ho capito di aver perso il controllo dell’auto mentre effettuavo l’ultima curva, ma non ho capito dove cazzo mi trovo.”<br />
“Signor Bradbury, lei si trova lontano da casa. Molto lontano, direi. Io sono Arcangelo…Gabriele Arcangelo.”<br />
“Bel senso dell’umorismo, i suoi…”<br />
“Vedo che non ha ancora compreso…”<br />
“No, infatti: mi vuole spiegare cosa succede? Chiami un dottore…il primario…voglio capire se posso tornare a correre.”<br />
“Mettiamola così: non è in ospedale e l’unica corsa a cui potrà partecipare, d’ora in poi, sarà la Paradiso-Purgatorio-Paradiso. Rigorosamente a piedi. Sa, da queste parti teniamo alla limpidezza dell’aria.”<br />
“Cazzo, mi è finito il culo!”<br />
“Appunto.”</p></blockquote>
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		<title>Il vizio dell&#8217;agnello: ne siamo tutti affetti (forse)</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 08:58:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Magni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carlo Magni diventa Carlos Albuquerque]]></category>
		<category><![CDATA[Pensieri, letture e letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Simpatie varie]]></category>
		<category><![CDATA[andrea g. pinketts]]></category>
		<category><![CDATA[il vizio dell'agnello]]></category>
		<category><![CDATA[recensione il vizio dell'agnello]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi piace leggere opere di autori che non ho mai letto ma che avrei voluto leggere da tempo. Questa volta è toccato a &#8220;Il vizio dell&#8217;agnello&#8221; di Andrea Pinketts. La prima cosa che mi sono chiesto, appena ho preso in mano il libro, è stata: &#8220;Ma che caspita è &#8216;sto vizio dell&#8217;agnello?&#8221;. Lo scoprirete più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="Il vizio dell'agnello - Andrea G. Pinketts" src="http://www.feltrinellieditore.it/fs/cover/im/7/978-88-07-81276-7.jpg" alt="" width="159" height="242" />Mi piace leggere opere di autori che non ho mai letto ma che avrei voluto leggere da tempo. Questa volta è toccato a <strong>&#8220;Il vizio dell&#8217;agnello&#8221; di Andrea Pinketts.</strong> La prima cosa che mi sono chiesto, appena ho preso in mano il libro, è stata: &#8220;Ma che caspita è &#8216;sto vizio dell&#8217;agnello?&#8221;.<br />
Lo scoprirete più avanti, tranquilli.</p>
<p>Conoscevo già questo autore, vuoi per la fama e vuoi perché nel 2004 partecipai a un concorso letterario con un racconto sulle streghe che fu selezionato poi per l&#8217;antologia &#8220;Triora terra di streghe&#8221;, di cui Pinketts scrisse la prefazione &#8211; peraltro una delle più belle prefazioni che abbia mai letto&#8230; -.<br />
&#8220;Il vizio dell&#8217;agnello&#8221;, come altre opere di Pinketts, è ambientato in una Milano meno formale di quanto la si conosca e che pare lontana dalle sfilate di moda e dalla vita mondana che caratterizzano la città meneghina: l&#8217;autore vi fa piccoli accenni e fa sfiorare le vite dei suoi personaggi a quelle di modelle e nobili falsi o decaduti.<br />
Lo stile non è mai tragico, ma trasuda disillusione anche attraverso le <strong>battute dai doppi sensi infiniti</strong> e le <strong>descrizioni grottesche</strong> delle vite e dei caratteri dei personaggi della storia.</p>
<p>Da un lato abbiamo i buoni, Lazzaro Sant&#8217;Andrea e compagnia bella, che cercano &#8211; attraverso mezzi leciti e illeciti &#8211; di smascherare un killer seriale di piccioni e barboni, in una Milano che diviene sempre più <em>&#8220;una città di pazzi e di cani&#8221;</em>; dall&#8217;altro lato abbiamo i cattivi, Branka e Marzio Palloni, vittime coscienti di quel subdolo <a rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_vizio_dell%27agnello" target="_blank">vizio dell&#8217;agnello</a>, da cui prende il nome questa storia.<br />
Che dire? E&#8217; il primo libro di Pinketts che leggo e mi sono innamorato del suo stile, della sua tragicomica visione del mondo, dei suoi personaggi fuori dalle orbite della normalità terrestre, delle frasi dai molteplici significati e delle metafore assurde con le quali descrive un microcosmo fatto di pazzi che poi tanto pazzi non sono (o forse lo sono completamente&#8230;.)</p>
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