C’è collaborazione e collaborazione

La curiosità paga. Anche e soprattutto in termini di idee e punti di vista.

Ci sono quei momenti out, in cui ti trovi in una sala d’aspetto e attendi il tuo turno. Oppure ti trovi in un luogo a te familiare e, per ammazzare il tempo, prendi la prima rivista che ti capita sotto mano. Anche quando sei un uomo e l’occhio cade su una rivista al femminile.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo illuminante su IoDonna di Settembre. Nello specifico, veniva intervistato l’economista Don Tapscott, co-autore di Wikinomics, libro scritto a quattro mani con Anthony D. Williams, docente alla London School of Economics.

Ma andiamo con ordine. Sono due i punti che mi hanno trovato completamente d’accordo.

1.

Quando i “guru del web” come Tapscott iniziano a parlare
della new economy in tono infervorato, la reazione diffusa
è un inquieto scetticismo. Un’economia, senza dubbio,
dev’essere basata su cose concrete - mattoni, pane, cartoni
del latte - non solo su Facebook, MySpace, Second Life,
Wikipedia e il blogging. Non di solo web vive l’uomo.

2.

Le implicazioni della wikinomics, in questo contesto, sono
sorprendenti. È ormai un dogma a tutti gli effetti, nella
blogosfera, che internet abbia dato inizio a una nuova
era, una sorta di “rinascimento del dilettante”

[…]

E se questa “ascesa del dilettante” non fosse altro che una
fase passeggera, il preludio a uno sviluppo ben più radicale?
Dopotutto Wikipedia, YouTube, MySpace e affini sono
affetti da un grosso problema economico: la gente vi
contribuisce senza ricevere alcun compenso, anche se il
contenuto che fornisce consente ai proprietari dei siti in
questione di guadagnare milioni di dollari. Può essere un
fattore secondario, su scala ridotta, ma non si può gestire
così un’intera economia: a un certo punto la gente avrà
pur bisogno di soldi per comprarsi da mangiare e pagare
il mutuo. La maggioranza dei “dilettanti” che compongono
la blogosfera, in effetti, sono dilettanti solo dal punto
di vista delle loro competenze come blogger. Per il resto
sono banchieri, infermieri, studenti, o quant’altro.
E’ proprio il fatto di svolgere delle attività “per professione” a
mantenerci in vita: non possiamo permetterci di fare sempre
i dilettanti. Se il nuovo mondo online facesse affidamento
solo sui dilettanti, potrebbe espandersi solo entro
certi limiti.
Don Tapscott, dunque, si trova nella curiosa posizione di
dover sostenere che il social networking e il giornalismo civico,
lungi dall’avere un carattere pionieristico, in realtà siano
piuttosto passé («Il social networking? Fa molto 2006»
commenta con un sospiro). Dal punto di vista della wikinomics,
la vera potenza di internet non riguarda il fatto che
imbriglia la “saggezza della folla”, messa gratuitamente a
disposizione da quest’ultima: piuttosto, riguarda il fatto che
offre a un maggior numero di individui l’opportunità di diventare
dei professionisti che fanno determinate cose per
guadagnare dei soldi. «Non si tratta del genio della folla in
opposizione a quello dell’individuo. Casomai, si tratta di
un nuovo canale di distribuzione del genio individuale».

E’ evidente come questo pensiero metta in discussione l’effettiva utilità di un social network. La riflessione che mi sono posto è stata questa: quanto utile può davvero essere una rete sociale per quelle persone che quotidianamente vivono la precarietà di un lavoro instabile e mal retribuito? Può davvero internet sostituire le aziende o i social network sono solo la copertura di grossi operatori economici? Siamo davvero incentivati dalla collaborazione sociale o la moneta di scambio a nostra disposizione (tempo e dati personali) ha un potere d’acquisto maggiore di quella che ci viene offerta come “retribuzione” (servizi di informazione, per la maggiore, peraltro prodotti da utenti come noi)?

In un periodo in cui si parla spesso e volentieri di lavoro precario e di esperienze raccapriccianti di alcuni giovani alle prese con il neo-schiavismo attuato dai loro capi, fa piacere che qualcuno sottolinei quanto importante sia la gratificazione economica per chi mette il proprio ingegno, il proprio tempo (risorsa che nessuno può rimbosare se non riconoscendo, economicamente, la quantità di ore/lavoro impiegate) e le proprie capacità al servizio dello sviluppo di un progetto collaborativo.

Se potete, date un’occhiata all’intero articolo. Attenzione, non si accettano domande di rimborso per il tempo impiegato a leggerlo ;-)

Un po’ di slides

Dopo la mini docenza di sabato sulla creatività applicata alla promozione della donazione di sangue, ecco le slides preparate per l’occasione.

Il linguaggio è accessibile a tutti (mi piace usare termini non ricercati, soprattutto quando ho a che fare con persone che non masticano i temi dedicati alla comunicazione, on line od off line che sia).

Ne è nato un dibattito sull’efficacia di un certo tipo di comunicazione, meno istituzionalizzato e diretto verso pubblici sempre più ampi. Ovviamente non sono mancate alcune critiche alle immagini scelte per la presentazione, ma era quello che volevo perchè sapevo di calpestare un campo minato.

Conclusioni: la creatività aiuta la comunicazione sociale se ci lasciamo andare e non cadiamo nel pietismo, cosa che invece troppe associazioni continuano a fare.

Nota: il video presente, come link, nelle slides lo trovate qui.

Update

Pensavate di esservi liberati di me, eh? E invece no.

E’ stato un periodo di lavoretti sparsi e riflessione sugli aspetti professionali. Da qualche giorno e pur con molte remore iniziali, sono entrato a far parte della grande famiglia dei consulenti commerciali di Fastweb. E sì, i servizi di Fastweb sono arrivati anche qui a Matera e così, preso dal desiderio di arrotondare e dalla voglia di mettermi in gioco nella consulenza alla vendita, ho deciso di abbracciare questa soluzione temporanea.

Domani, invece, terrò la mia prima docenza. Si tratta di una lezione sulla creatività applicata alla comunicazione sociale inserita nel corso di aggiornamento dei dirigenti regionali della Fidas e proprio poco fa ho finito di preparare le slides che accompagneranno me e l’altro “professorino” in questa mini avventura.

L’obiettivo di tutte queste piccole occupazioni è quello di mettere insieme un po’ di soldi da investire in qualcosa di mio.

Qualcuno mi sa dire com’è andata la riunione di Visioni Urbane del 21 novembre? Non mancherò per nessun motivo al workshop con Bruce Sterling, qui a Matera: leggo ogni mese la sua rubrica su XL nonchè alcuni suoi articoli su Wired :-)

In che paese viviamo?

In un paese che dà lavoro a ex tossici, ex galeotti ed ex ergastolani.

In un paese che dà un tetto e quattro mura a gente che viene da altri paesi, a volte anche senza un regolare permesso di soggiorno.

In un paese in cui molti di quelli che si dichiarano imprenditori lo fanno sulla pelle (e il portafoglio) dei propri collaboratori.

In un paese in cui una persona semplice e onesta si vede richiedere la licenza per un lavoro che riesce a mantenerlo, suo malgrado, in vita.

Questo post è rivolto a tutte quelle persone che pensano che i poveri siano solo nel cosiddetto “Terzo Mondo” e che non si accorgono di quanto la povertà e la precarietà umana siano sotto i nostri occhi o nell’appartamento accanto, giorno dopo giorno.

Un po’ qualunquista? Forse sì.

Un po’ incazzato? Di più.

Una serie di Visioni Urbane

Questa mattina ho partecipato, insieme a tanta altra gente, alla prima riunione del progetto Visioni Urbane. Dando per scontato che la maggior parte di quelli che seguono il mio blog sanno di cosa si tratta (se non lo sapete, no hay problema: vi rimando qui, qui e qui), cercherò di fare una sintesi dei contenuti discussi durante la prima parte dell’incontro (poichè alle 14 ho preso la S.S. 407 Basentana, direzione Matera, per rientrare a casa).

Intanto ho raggiunto un obiettivo: non prendere appunti sul pc ma sulla mia agenda (e questo, per me, è un grosso risultato). Proprio nell’agenda, ho segnato alcuni punti che reputo importanti e nati dalla discussione tra organizzatori e creativi (associazioni in genere):

  1. creare cose (eventi, corsi, laboratori ecc. ecc.) che restino nel territorio lucano - e non creare professionalità e/o capacità da spendere altrove, aggiungo io -;
  2. partire dai laboratori e non dagli spazi - della serie: prima progettiamo cose appetibili per la nostra terra e la popolazione e poi ci poniamo il problema degli spazi, che quelli piano piano escono.. -;
  3. sempre nella progettazione, è fondamentale identificare una serie di opzioni, studiandone la gestione una volta che l’idea/progetto diventa operativa;
  4. chiediamoci tutti fino a che punto le diverse forme di espressione (musica, teatro, letteratura ecc. ecc.) possono diventare elemento di sviluppo in una regione come la nostra. - “Tanto!”, rispondo io, se queste forme si intrecciano fra loro e fra chi le produce e distribuisce: noi lucani abbiamo bisogno innanzi tutto di uno sviluppo culturale che parta dal basso senza sentirci dipendenti da finanziamenti pubblici. Della serie: insieme si può - ;
  5. stabilire un patto tra chi investe denaro e chi investe la propria creatività, al fine di porre obiettivi chiari e a lungo termine;
  6. (il mio preferito, ndr) il mercato non è il male: è il luogo della comunicazione. Sante parole: se io acquisto un cd prodotto e distribuito da un musicista, non faccio altro che dirgli che il suo lavoro mi piace e voglio che lui continui a produrre la sua musica, partecipando alla continuità del suo progetto.

Alberto, da cui ho preso in prestito il sesto punto e l’esempio del cd, ha mostrato anche delle slide riassuntive dei punti di forza e delle debolezze della “scena” creativa lucana. Da questa presentazione è nata una discussione con una giusta dose di polemica e provocazione, ma (almeno fino a quando sono stato presente) penso che nessuno degli interventi abbia colto la vera debolezza della creatività lucana. Mi spiego. Tra le debolezze riassunte nella slide, vi erano due punti che non sono stati oggetti di discussione da parte dei rappresentanti delle diverse associazioni, ossia:

  1. una carenza di analisi della domanda quando si presenta un progetto creativo;
  2. poca tensione alla sostenibilità economica delle attività.

Per quanto riguarda il primo punto, noi “creativi” lucani dobbiamo pensare alle nostre idee in termini di prodotto: se è vero che riusciamo, non di rado, a produrre contenuti di un certo spessore, è anche vero che spesso e volentieri ci innamoriamo a tal punto delle nostre idee da non riuscire a domandarci se sia realmente quello di cui la popolazione residente nel territorio in cui presentiamo l’idea senta l’esigenza.

Non è difficile, all’interno delle associazioni, sentir parlare del marketing come del diavolo e del mercato come fonte di corruzione e impoverimento culturale di un’idea. Bisogna capire, invece, che una buona pianificazione del progetto, con relativa analisi su chi e come sosterrà i costi di organizzazione e gestione (e qui arriviamo al secondo punto), oltre ad una analisi accurata di ciò che la gente chiede che venga realizzato, consente un rischio minore non solo in termini di investimento ma anche di successo dell’iniziativa.

Sono del parere che il vero successo di un’associazione o comunque di un soggetto creativo dipenda da quanto quello che produce sia distribuito (radicato) nel territorio in cui il soggetto opera e dalla indipendenza economica dagli enti pubblici, anche facendo pagare il biglietto per usufruire di uno spettacolo/prodotto. Questioni di cultura e abitudini, lo so. Ma da qualche parte bisogna pure incominciare.

Qualche riga di azione: Blog Action Day

Non scriverò di difesa ambientale per richiamare la vostra attenzione sull’argomento delle emergenze ambientali: ci pensa il mio amico Astronik con il suo post dedicato al Blog Action Day.

Il mio contributo passa attraverso un’immagine, scattata ieri pomeriggio durante la visita al percorso sensoriale FATA: Fuoco Acqua Terra Aria, allestito presso gli ipogei di Piazza San Francesco a Matera.

Per aver rispetto dell’ambiente dovremmo prima di tutto avere rispetto degli esseri che popolano il nostro pianeta, siano essi uomini o animali. Senza dimenticare le piante.

Ecco perchè il mio contributo passa da qui:

Blogger lucani in red

Sempre per la Birmania, i blogger lucani continuano ad indossare il rosso.

Questa volta anche grazie al bravo Giulio:

Finalmente…

Dopo quattro anni ritorna uno dei derby più affascinanti, di quelli che trasudano storia da ogni angolo delle gloriose maglie (quelle granata da un lato e quelle bianconere dall’altro) protagoniste di questa partita.

Una città (ma non solo) divisa in due. Basti pensare che qui a Matera c’è un Toro Club (che spesso organizza l’incontro interregionale di tutti i Torino Club del sud Italia) e il sindaco è da sempre tifoso granata.

Da parte mia, sono juventino praticamente dalla nascita (il primo amore resta, sotto sotto, il F.C. Matera anche se la mia sciarpa, testimone di tante trasferte e partite in casa, è piena di polvere e comunque, se avessi tifato un’altra squadra, mio padre mi avrebbe cacciato di casa) quindi, oltre ad augurare un buon derby a tutti, non posso esimermi da cantare assieme a loro:


Free Burma

Per un mondo senza più dittatori, di qualunque colore essi siano.

Per la libertà di un paese e della gente che lo popola.

Per i principi di tolleranza, non violenza e libertà.

Per una filosofia che ho sempre rispettato e ammirato.

Per tutto questo aderisco all’iniziativa Free Burma.

Visioni Urbane atto II

Ricordate? Ne avevo parlato un po’ di tempo fa.

Bene, il progetto inizia a prendere se non forma perlomeno spunti.

Clarita, la coordinatrice dei bloggers lucani che intendono partecipare al progetto (tra cui me medesimo) nonchè gestore del blog inerente il progetto, ha riassunto quello che c’è da fare in questa fase iniziale e ne è nata una discussione sulle idee da proporre.

Seguite la serie di suggerimenti e proposte nei commenti al suo post. Io, intanto, dico la mia.

L’idea che covo da un po’ è quella di dare spazio alle cosiddette culture urbane e suburbane. Sto parlando di writers, gruppi musicali, artisti di strada o che della strada (e degli spazi aperti in genere) fanno i loro studi e le loro sale espositive.

Dare colore e voce alle periferie, alle strade delle zone industriali, alle biblioteche e ai parchi (funzionanti o no), agli anfiteatri nel Paip2 (chi è di Matera e dintorni sa di cosa parlo).

Tradurre tutto questo in installazioni audiovisive in strada, sui muri grigi di città; in installazioni di opere d’arte contemporanea e urbana, che rivitalizzi i colori smorti di palazzi e periferie.

Concedere spazi alla creatività dei writers e renderli attori di quello che la città e le sue persone intendono comunicare all’autista distratto, al pedone che va di fretta, all’anziano seduto su di una panchina, al ragazzo appena uscito da scuola.

Far divenire la nostra città e la nostra regione incubatori di idee per giovani di tutto il mondo, per respirare così quell’aria multiculturale di cui la nostra lucanità ha spesso bisogno.

Il tutto, poi, renderlo disponibile on line tramite streaming, foto, video e podcast in un unico portale o in tanti spazi web dedicati a ogni singola attività (qualcuno ha detto blog network?)

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